Milioni di anni di migrazioni ed adattamenti a variazioni di clima, disponibilità di alimenti, convivenza con altri esseri viventi, ecc. hanno forgiato quelle che vengono ora definite come “etnie” o “gruppi etnici”.
Alle esteriori distinzioni del colore della pelle e dei lineamenti si sono poi sovrapposte ed incrociate differenziazioni culturali, religiose e linguistiche.
Pretendere con la forza delle armi e della ideologia di creare un “nuovo essere umano” che ricomprenda caratteristiche proprie di vari popoli, magari un mélange delle “migliori” caratteristiche fisiche e mentali di più etnie, è stato il sogno dei totalitarismi del 20 secolo. Dal super-uomo nordico dei nazisti al cosidetto “Homo Sovieticus”.
Scrive la politologa romena Rada Cristina Irimie in un articolo pubblicato sulla rivista Polis: Homo sovieticus: călătoria europeană a Omului Nou (Homo sovieticus: the European journey of the New Man)

“Il concetto di Homo Sovieticus, il tipo umano ‘nuovo’ prodotto dal sistema comunista, rappresenta un riferimento fondamentale per il cittadino medio dell’Unione Sovietica. …il vivere in un sistema comunista ha prodotto una personalità diversa da quella che si trova nei paesi capitalisti occidentali……Forse l’eredità più scioccante di oltre sette decenni di comunismo totalitario è stata la creazione di una specie completamente nuova del genere umano – l’Uomo Nuovo Sovietico…….Homo Sovieticus è il prodotto di un esperimento unico: in nessun altro posto il totalitarismo è stato così sistematico ed è durato per un così lungo periodo di tempo. ………………..Il concetto di Homo Sovieticus……… rappresentato come il supereroe macho del Realismo Socialista ……
Scrive Irimie che la “creazione”l’Homo Sovieticus” è stata fatta dal sistema socialista in modo graduale. L’ideologia specifica del comunismo ha introdotto tre «virtù» nell’uomo: l’obbedienza, la paura e l’abitudine. “Fedeltà al sistema per paura della punizione o solo perché un’abitudine del ‘buon cittadino’, perché tutto era governato e organizzato dallo Stato. Ogni giorno sembrava molto simile”
E’ incredibile come per i nostalgici del vecchio sistema antecedente alla fine dell’URSS sia il mondo di adesso “piatto” ed ogni luogo sia stato reso simile dalla globalizzazione!
“Le autorità prendevano tutte le decisioni ed a nessuno era dato di prendere iniziative individuali.
Tutti gli esseri umani erano tenuti a pensare negli stessi termini. Il pensiero autonomo libero non era accettabile.”
“ Alexander Zinoviev, un cittadino sovietico in esilio, con la sua opera ‘Homo sovieticus’, ha contribuito notevolmente alla definizione di questo nuovo tipo di uomo. Egli fornisce una analisi letteraria di “un uomo completamente privo di individualità, che trova lo scopo della sua vita e il significato nel collettivo. In ogni attività dove si impegna è motivato non dalle proprie scelte intellettuali o bisogni emotivi ma da una profonda conformità, la volontà di adattarsi e di fondersi con la maggioranza”.
Altrettanto aberrante per le sue disastrose conseguenze l’ideologia nazista della creazione di una “super razza nordica” incredibilmente recepita come propria anche dal regime fascista che pure diceva di avere come punto di riferimento il glorioso Impero Romano, noto per la sua multi-etnicità e dove anche gli africani e i siriaci erano nominati Imperatori.

Al di là di esperimenti totalitari su interi popoli sostengo l’idea di una generale umana tendenza alla riconquista della originaria unità dell’Homo Sapiens. Tendenza che ha trovato nella globalizzazione e nella conseguente maggior mobilità internazionale delle persone un importante sbocco.
La globalizzazione è solo un mezzo e non è causa, ad esempio, dell’incremento dei matrimoni misti, poiché l’attrazione sessuale anche tra persone culturalmente ed etnicamente molto diverse tra di loro è una costante dell’umanità, vedi il mio post su Facebook: Amore e sesso interetnico nella guerra mediatica con l’ISIS .
Abbiamo visto che pericolosi possono essere interventi statali per indurre una qualche modifica forzosa nelle menti e nei corpi degli esseri umani, mentre, d’altra parte sarebbe altrettanto pericoloso ostacolare con critiche eccessive o, addirittura con interventi autoritativi, la naturale tendenza umana di superamento di antiche caratteristiche esteriori dei lineamenti e del colore della pelle prodottasi dall’isolamento per milioni di anni di gruppi di Homo Sapiens. Quando non esistevano le “creme solari” o altre diavolerie moderne e le persone mangiavano quello che raccoglievano sugli alberi.
Adesso non ha più senso , con i progressi della medicina e dell’industria dell’estetica, continuare ad affermare che, ad esempio, una persona con la pelle scura dovrebbe assolutamente evitare di trasferirsi in Alaska. O criticare le donne asiatiche dall’intervenire con creme o interventi estetici per ritoccare le palpebre, renderle più rotonde come le donne occidentali. Si veda a questo proposito un video che sta spopolando in rete “Video of South Korean Girl Removing Makeup Goes Viral” ed un articolo pubblicato da lettera43: “Cina, ritocchi all’occidentale – Boom di chirurgia estetica tra gli orientali”. O considerare negativamente il boom tra le popolazione africane delle creme schiarenti come fa Antonella Sinopoli in un articolo su Futuro Quotidiano: “Sognando la pelle bianca. Il 50% delle africane usa gli schiarenti”
A mio parere sbaglia l’autrice dell’articolo a scrivere “Pubblicità, role model, pressione sociale: sono i motivi che stanno alla base di questo fenomeno crescente. Ma sociologi, commentatori, giornalisti e accademici sono concordi che tutto nasce da una sorta di odio (indotto), dalla disistima verso se stessi – come popolo nero –, dalla mancata presa di coscienza di una identità razziale nera. Il problema è quindi legato alla decostruzione e successivamente al riconoscimento della Black Consciousness. Se un giorno il mercato di questi prodotti dovesse crollare sarà solo un buon segno.”

Non è vero che lo fanno per un senso di inferiorità nei confronti delle “bianche”,ma per via della naturale tendenza umana a riconquistare la perduta unità della specie.

Giovanni Papperini